STRAORDINARI DISCORSI DI UN SABATO ORDINARIO

 

Un sabato sera ordinario, in pizzeria con qualche amico ed ex amiche con fidanzato odierno che tenta di innescare una conversazione proprio con te che a malapena lo degni di un’occhiata per innata diffidenza nei suoi confronti e naturale antipatia.

Da parte tua nessuna pretesa, se non quella di assaggiare la pizza tanto declamata dalla tua migliore amica che carinamente (questo sì, senza ironia) ha pensato, già che c’eri, di invitarti; già, e tu dov’eri? a sorbirti la magnificente presentazione di un robot da cucina (di cui non ti poteva fregar di meno), credendo scioccamente di fare un favore alla padrona di casa, altra tua amica, per aiutarla nel “fare numero”. E comunque, Marià, potevi anche fingere meglio, un attimino più di interesse, ecchecavolo…

Nonostante ciò, imperterrita nella mia idiozia, accetto anche il secondo invito, colta da un infantile entusiasmo per la pizza, certamente alimentato anche dal bimbo dell’amica che aveva ospitato la mirabolante presentazione e con il quale volevo passare un altro po’ di tempo.

Serata carina, tutto sommato, e tutti a casa. A questo punto sono in macchina con la mia migliore amica, l’altra amica col figlio e il marito di quest’ultima. La serata è proprio finita, perfino il bambino s’è addormentato, c’è solo da accomiatarsi, due battute, due risate e via, a nanna. Macchè, parte invece il discorsone, che già in un altro momento sarebbe stato complesso da affrontare, ma che a quell’ora del sabato notte, capirete…E come tutti i gran discorsi, parte in sordina, perché c’è il piccolo che dorme, eppure bisogna vederci chiaro, perché ci sono cose nell’esistenza altrui che non si possono neanche immaginare…

L’amato maritino dell’amica (che fra l’altro non frequento nemmeno così spesso e che quindi di me sa giusto giusto dove abito, che vado per i 30 e che sono laureata) inizia a farmi delle domandine sui progetti attuali e futuri, sul perché mi piaccia tanto alzarmi tardi la mattina e andare a dormire a orari che, per lui che fa l’operaio, sono improponibili, su quanto penso di guadagnare facendo radio, confondendo i locali con le discoteche e gli sponsor radiofonici con quelli degli eventi…sa il fatto suo il ragazzo!

La discussione si scalda, perché, invece di chiedere come funziona un ambito in cui non ha mai messo un’unghia del piede, inizia a fare il saccente, perché la sottoscritta adesso ha 30 anni e deve smetterla di giocare e iniziare a fare sul serio. Il bimbo, evidentemente infastidito dai toni di voce che cominciano ad alzarsi, inizia a frignare, senza manco svegliarsi…mammina suggerisce che è meglio spostarsi in casa e tentare lì, fra le rassicuranti mura domestiche, di demolirmi psicologicamente.

Anche il discorso si sposta insieme ai suoi interlocutori: adesso la leggerezza dei sogni si scontra con l’ “arido vero”. E’ giunta l’ora infatti, cara Marianna, che la smetti di sognare ad occhi aperti, che c’hai anche una certa età ormai, che devi fare i soldi, che “tutto questo” (alludendo alla bella casetta) si ottiene solo lavorando da mane a sera e alzandosi presto alla mattina e non inseguendo i sogni. E se io ribatto che in questi anni ho studiato e ho ottenuto una laurea in comunicazione-editoria (mentre lui non è laureato) e, guarda un po’, voglio lavorare proprio in questo settore, mi viene risposto che quella laurea la posso anche appendere al chiodo e scordarmela, che quella è cultura personale (alias “una gran perdita di tempo”) e che oggi mai e poi mai il suo capo assumerebbe laureati, perché “ ‘sti poveri sfigati” (testuali parole) nella sua azienda ci andrebbero solo temporaneamente, nell’attesa di trovare qualcosa di meglio (e come dar loro torto…). Meno male che ci sono lui e il suo capo ad aprirmi gli occhi, come se non lo sapessi da me.

Ma la chicca è stata quando mi ha dato della “parassita sociale che vive alle spalle dei genitori”…

Purtroppo i laureati in cerca di lavoro sono questo per codesti individui: poveri stupidi che non hanno mai voluto “imparare un mestiere” e che hanno invece buttato la propria giovinezza sui libri, che ora non ripagano la società (di cosa poi?) e che sognano un futuro con un lavoro che possa loro piacere, quando dovrebbero svolgerne uno “basta che è”, e, che in ogni caso, difficilmente troverebbero, dato che non hanno l’esperienza di chi ha iniziato, come gli altri, a lavorare a 18 anni senza buttare la propria vita sui banchi dell’università.

Non so se è valso spiegargli che io in futuro non voglio sentirmi frustrata nel fare un lavoro per pura necessità, inadatto alle mie ambizioni e capacità; che io alla società non devo proprio un bel niente, tanto più che essa non mi dà nemmeno la possibilità di poter guadagnare (non di fare, quello lo faccio eccome) con ciò che mi piace e per cui ho studiato; che io ho una mentalità diversa e quindi obiettivi diversi da quelli suoi e di sua moglie (che ha deliberatamente confessato di non averne alcuno in campo lavorativo, ma che svolge il primo lavoro che le è capitato a tiro). Quasi mi sono dovuta giustificare perché negli anni HO SCELTO di studiare e poi di avventurarmi sulla strada che io credo a tutt’oggi sia la migliore PER ME.

Ma che discorsi, sono proprio un’idiota.

 

Marianna De Napoli

E anche tu Steve, insomma, ma che discorsi…